Il gioco come utopia della formazione: Bernard Suits e la lezione della cicala

Il gioco come utopia della formazione: Bernard Suits e la lezione della cicala

Che cosa significa giocare? Perché il gioco, apparentemente gratuito e “inutile”, continua ad avere un ruolo centrale nella nostra vita? A queste domande ha provato a rispondere Bernard Suits, filosofo canadese, con il suo libro The Grasshopper (tradotto in italiano come La cicala e le formiche. Giochi, verità, utopia)[1]. Un testo singolare, scritto in forma dialogica, in cui una cicala in punto di morte racconta ai suoi discepoli — formiche e altri insetti — la vera natura del gioco.

Il riferimento alla cicala non è casuale. Nella favola di Esopo, la cicala rappresenta l’ozio, mentre la formica è il lavoro. Suits ribalta questa visione: nel gioco, l’attività apparentemente improduttiva della cicala diventa il modello di un’esistenza libera e significativa.

La definizione di gioco

La tesi centrale del libro è diventata una delle più celebri nella filosofia del gioco:

“Giocare un gioco è il tentativo volontario di superare ostacoli inutili.”

Tre sono gli elementi che compongono questa definizione:

  1. Uno scopo da raggiungere (ad esempio, mandare la pallina in buca nel golf).
  2. Regole che limitano i mezzi disponibili (non posso prendere la pallina con la mano e lanciarla: devo usare la mazza).
  3. Accettazione volontaria di queste restrizioni, proprio perché rendono possibile il gioco.

Il gioco, dunque, non è l’assenza di regole, ma l’adesione consapevole a regole arbitrarie che creano sfida e significato.

Gratuità e libertà

L’aspetto più rivoluzionario della definizione di Suits è l’idea di gratuità. Se il nostro obiettivo fosse solo “far entrare la pallina in buca”, basterebbe raccoglierla e lasciarla cadere. Giocare significa complicare intenzionalmente la via verso un fine, per il piacere stesso del processo.

In questo senso il gioco diventa un’esperienza di libertà: smettiamo di agire secondo il principio dell’utilità immediata e abbracciamo una logica diversa, in cui il valore sta nel percorso, non nel risultato.

L’utopia del gioco

Nella parte finale del libro, Suits immagina una società utopica: un mondo in cui ogni bisogno materiale è soddisfatto e non esiste più il lavoro forzato. Cosa rimarrebbe da fare? Secondo Suits, solo il gioco. Non come riempitivo del tempo libero, ma come forma più alta di esistenza, in cui l’essere umano può dedicarsi ad attività che hanno senso solo in quanto scelte liberamente.

Il gioco, allora, non è evasione ma destino: rappresenta l’immagine di una vita pienamente umana.

Le implicazioni per la formazione

Per chi si occupa di formazione, la lezione di Suits è preziosa. Il gioco ci ricorda che:

  • La formazione non deve essere ridotta a pura utilità. Se impariamo solo per acquisire una competenza spendibile, perdiamo il gusto stesso dell’apprendere.
  • Il gioco crea uno spazio protetto, in cui è possibile sperimentare, sbagliare e riflettere senza la pressione del risultato immediato.
  • La regola accettata volontariamente è analoga al patto educativo: l’aula non è un obbligo ma una scelta di senso condivisa tra formatore e partecipanti.

Un punto decisivo è il legame con l’ermeneutica. Così come nell’interpretazione di un testo le regole linguistiche non bloccano ma rendono possibile la comprensione, anche nel gioco le regole non sono gabbie, bensì cornici che aprono spazi di senso. Giocare significa muoversi dentro queste cornici in un continuo dialogo: tra i giocatori, tra la rigidità delle regole e la libertà della creatività, tra le azioni compiute e i significati che emergono. In modo analogo, la formazione ermeneutica non si limita a trasmettere nozioni già pronte, ma diventa un processo interpretativo: un esercizio condiviso in cui ciascuno è chiamato a dare senso all’esperienza e a leggere se stesso e il mondo in una prospettiva nuova.

Conclusione: il formatore come custode dell’utopia

Guardando a Suits, il formatore può vedersi come una sorta di “cicala maestra”: colui che costruisce contesti in cui il gioco diventa serio, non perché utile in senso stretto, ma perché capace di aprire spazi di libertà, consapevolezza e trasformazione.

La vera sfida non è solo trasmettere competenze, ma restituire al sapere il suo carattere ludico: quell’elemento di esplorazione gratuita che rende l’apprendere un atto desiderabile, non imposto. In questo senso, il gioco non è un accessorio della formazione, ma la sua forma più autentica.


[1] Berbard Suits “La cicala e le formiche. Gioco,vita e utopia” Edizioni Junior 2021 Traduzione Francesca Antoniacci e Marco Zoppas

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