Novanta secondi di silenzio prima del gettone

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Gadamer e Schiller in un’aula di formazione: la lezione di un gioco su Kairos

In un workshop del percorso Filosofi in Azienda dedicato a Seneca ed a Kairos, un gruppo di partecipanti affronta più turni di uno stesso gioco. Il tabellone è diviso in quattro quadranti con nomi che parlano da soli: Il Momento Vero, urgente e autentico; Il Momento Giusto, non urgente ma prezioso, il più difficile da riconoscere e proteggere; La Trappola, urgente ma solo Chronos, la fretta che si traveste da importanza; Il Rumore, né urgente né Kairos, che occupa spazio senza generare valore. A ogni turno una squadra pesca una carta, discute ad alta voce per due minuti, poi il portavoce deposita un gettone su uno dei quattro quadranti e argomenta la scelta in un minuto. Le altre squadre votano se quel ragionamento le convince. Alla fine arriva una carta diversa dalle altre: questa volta non tocca a una squadra sola. Tutti i partecipanti ragionano in silenzio per novanta secondi, poi depositano insieme, nello stesso istante, il proprio gettone personale. Solo allora si passa alla parola: ciascuno dice perché, per almeno trenta secondi, e la carta stessa fissa la regola, non si commenta prima che tutti abbiano parlato.

Prima ancora che il gioco cominci, il patto che il gruppo sottoscrive all’apertura della sessione lo dice già in modo esplicito, al terzo dei suoi impegni: sospendere il giudizio, perché “la sospensione del giudizio apre lo spazio del kairos autentico”. È la regola che rende possibile tutto quello che segue.

C’è un’idea filosofica precisa dietro quella regola, ed è di Hans-Georg Gadamer. In Verità e metodo, Gadamer sostiene che in un gioco autentico non è il giocatore a dominare l’azione: è il gioco stesso a condurla. Nel deposito simultaneo dei gettoni personali, e nella regola che vieta ogni commento finché tutti non hanno parlato, è la sequenza a produrre l’effetto, non la buona volontà di chi vi partecipa. Gadamer lo dice così: “il gioco diventa signore del giocatore”, e la sua struttura “assorbe in sé il giocatore e lo libera dal dovere di assumere l’iniziativa”. Chi progetta un intervento formativo sta facendo esattamente questo: costruisce una sequenza capace di condurre, invece di limitarsi a chiedere a qualcuno di voler imparare.

Resta però un dettaglio che la sola idea gadameriana non spiega: perché quei novanta secondi vanno vissuti in silenzio, individualmente, prima del gesto collettivo? Qui la chiave è di un altro filosofo, più lontano nel tempo, Friedrich Schiller. Nella Lettera XXI delle sue Lettere sull’educazione estetica, Schiller descrive una condizione della mente non ancora fissata su nessuna risposta, né quella dell’abitudine, né quella del giudizio morale, né quella del ragionamento. La chiama uno stato di piena apertura, capace di “riunire tutta la realtà” proprio perché non si è ancora chiuso in nessuna sua parte. È un dono, scrive Schiller, ma un dono che va “restituito ogni volta di nuovo”: non si conquista una volta per tutte. Il patto del workshop lo chiama sospensione del giudizio. Schiller lo aveva già descritto due secoli prima, con altro linguaggio ma con la stessa struttura: prima di lasciarsi condurre dal gioco, come vuole Gadamer, bisogna essere ancora aperti a lasciarsene condurre.

Le due idee si susseguono più che sovrapporsi. Prima l’apertura: sospendere il giudizio già pronto. Poi l’evento: lasciarsi condurre da una struttura che non si controlla dall’esterno. Un progettista che salta il primo passaggio costruisce un gioco vuoto, che nessuno riesce ad abitare davvero. Chi salta il secondo costruisce solo un momento di introspezione isolata, senza nulla che la conduca oltre se stessa.

Che il dispositivo funzioni non è solo un’ipotesi teorica. Nella chiusura della stessa sessione, ogni partecipante ha depositato in un’urna un foglietto con una sola parola, anonima, quella rimasta dopo il percorso. Tra le parole raccolte: nostalgia, perseveranza, coraggio, valore, costruire, dubbi, necessità, opportunità, autenticità, cura. Chi ha condotto la sessione vi ha riconosciuto un pattern ricorrente attorno al costruire, non previsto in anticipo, ma emerso dal dispositivo stesso.

Vale la pena chiudere su una domanda, anche perché quella sessione è ormai conclusa e una nuova edizione dello stesso percorso è già in preparazione: torneremo in aula su questo stesso tema. Se l’apertura va restituita ogni volta di nuovo, come scrive Schiller, nessun dispositivo fisso può bastare in modo permanente, nemmeno quello che ha funzionato la volta scorsa. La prossima edizione dovrà probabilmente cambiare qualcosa, non perché il principio sia sbagliato, ma perché il gruppo sarà diverso. È la conseguenza di ciò che Schiller aveva già visto: l’apertura non si produce una volta per tutte con un solo strumento. Va rigenerata ogni volta, per quel gruppo, in quel momento, con lo strumento che quel gruppo richiede.

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